Divieto di cumulo fra rendita INAIL e assegno di invalidità INPS solo in caso di completa sovrapponibilità

Divieto di cumulo fra rendita INAIL e assegno di invalidità INPS solo in caso di completa sovrapponibilità

Interessante Ordinanza della Corte di Cassazione secondo cui il divieto di cumulo tra la rendita INAIL e l’assegno di invalidità ordinario INPS sussiste solo in caso di completa sovrapponibilità delle situazioni di invalidità (Cassazione Civile, Sez. 6, 08 ottobre 2019, n. 25197).

Il caso

La sentenza della Corte d’Appello di L’Aquila, impugnata dinanzi alla Corte di Cassazione, anziché controllare la completa sovrapponibilità ossia la diversità tra le patologie a base delle due prestazioni, aveva fatto una mera operazione matematica di sottrazione dalla complessiva invalidità accertata dal ctu della percentuale di invalidità derivata dagli infortuni. In pratica il ctu si era limitato ad affermare che il diritto all’assegno mensile era stato accertato considerando anche la percentuale di invalidità (39%) derivante dagli infortuni.

La Cassazione Civile, invece, ha innanzi tutto chiarito che secondo la L. n. 335 del 1995, art. 1, comma 43, l’assegno ordinario di invalidità, liquidato in conseguenza di infortunio sul lavoro o malattia professionale, non è cumulabile con la rendita vitalizia liquidata per lo stesso evento invalidante a norma del testo unico 30 giugno 1965, n. 1124, fino a concorrenza della rendita stessa.

In sostanza, qualora l’evento invalidante sotteso alla concessione delle prestazioni a carico dell’INAIL e dell’INPS sia il medesimo i lavoratori possono cumulare solo la quota di pensione eccedente la rendita INAIL (Cass. 04 novembre 2016 n. 22475; 25 maggio 2017 n. 13187).

La giurisprudenza di questa Corte ha affermato che il divieto di cumulo stabilito dall’art. 1, comma 43, l. 8 agosto 1995 n. 335 trova applicazione solo quando le prestazioni a carico dell’INPS, alle quali il divieto si riferisce, siano liquidate in conseguenza di infortunio sul lavoro e malattia professionale e la rendita vitalizia abbia quale presupposto il medesimo infortunio o malattia professionale.

Ne deriva che nel momento in cui nella valutazione dell’invalidità pensionabile a carico dell’INPS vi sia una coincidenza solo parziale rispetto alle invalidità indennizzate dall’INAIL il divieto di cumulo tra le due prestazioni non opera.

In altri termini, il presupposto del medesimo evento invalidante, da cui deriva il divieto di cumulo, si verifica in situazioni di invalidità connotate da completa sovrapponibilità mentre la incumulabilità non sussiste se l’evento indennizzato dall’INAIL ha solo contribuito al più ampio quadro invalidante che ha dato luogo alla prestazione a carico dell’INPS (cfr., tra le altre, Cass. 9 luglio 2003 n. 10810, Cass. 30 dicembre 2004 n. 24199; 14 marzo 2006, n.5494; 09 settembre 2008 nr. 22872; 25 maggio 2017 nr. 13187) .

A tale principio ha dato continuità l’ordinanza laddove:

– ha affermato che “il presupposto del medesimo evento invalidante posto a base del divieto di cumulo in questione si verifica in situazioni di invalidità connotate da completa sovrapponibilità allorché la prestazione a carico dell’INAIL e quella per l’inabilità pensionabile o per l’assegno di invalidità a carico dell’INPS siano fondate sul medesimo quadro morboso” ;

– ha cassato la sentenza impugnata demandando al giudice del rinvio “un nuovo accertamento di fatto in ordine alla unicità dell’evento invalidante ovvero alla diversità tra le patologie alla base delle due prestazioni”.

Purtroppo la Corte d’Appello di L’Aquila non ha effettuato tale tipo di indagine, anzi, piuttosto che verificare la completa sovrapponibilità ovvero la diversità tra le patologie a base delle due prestazioni, si è limitata a eseguire una mera operazione matematica di sottrazione dalla complessiva invalidità accertata dal ctu della percentuale di invalidità derivata dagli infortuni.

Di seguito il testo integrale dell’Ordinanza Cassazione Civile, Sez. 6, 08 ottobre 2019, n. 25197

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE L

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DORONZO Adriana – Presidente –

Dott. LEONE Margherita Maria – Consigliere –

Dott. ESPOSITO Lucia – Consigliere –

Dott. RIVERSO Roberto – Consigliere –

Dott. SPENA Francesca – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 26364-2017 proposto da:

E.V., elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR, presso la CORTE DI CASSAZIONE, rappresentato e difeso dall’avvocato SERGIO MENNA;

– ricorrente –

contro

INPS – ISTITUTO NAZIONALE DELLA PREVIDENZA SOCIALE (OMISSIS), in persona del Direttore pro tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA CESARE BECCARIA 29, presso la sede dell’AVVOCATURA dell’Istituto medesimo, rappresentato e difeso dagli avvocati NICOLA VALENTE, EMANUELA CAPANNOLO, LUIGI CALIULO, CLEMENTINA PULLI, MANUELA MASSA;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 287/2017 della CORTE D’APPELLO di L’AQUILA, depositata il 27/04/2017;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non partecipata del 02/04/2019 dal Consigliere Relatore Dott. SPENA FRANCESCA.

Svolgimento del processo

che con sentenza in data 27 aprile 2017 numero 287 la Corte d’Appello di L’Aquila, giudice del rinvio a seguito dell’ordinanza di questa Corte del 22 marzo 2016 numero 5636, in parziale riforma della sentenza di primo grado, che aveva dichiarato il diritto di E.V. a percepire l’assegno di invalidità ordinario dalla domanda amministrativa (11 settembre 2009), dichiarava il diritto all’assegno a decorrere dal 17 dicembre 2015;

che a fondamento della decisione la Corte territoriale richiamava il principio di diritto enunciato nella pronuncia rescindente, secondo cui, ai sensi della L. n. 335 del 1995art. 1,comma 43, la rendita percepita dall’assicurato a carico dell’INAIL non è cumulabile con l’assegno di invalidità ordinario a carico dell’INPS nell’eventualità di “situazioni di invalidità connotate da completa sovrapponibilità”.

Osservava che il c.t.u. del primo grado aveva accertato il presupposto sanitario del diritto all’assegno (la riduzione della capacità di lavoro in misura inferiore ad un terzo) considerando anche la percentuale del 39% derivante dagli infortuni per i quali il lavoratore era stato indennizzato dall’IPSEMA. In mancanza di altri elementi di fatto, pertanto, alla data di proposizione della domanda amministrativa mancava il requisito sanitario per il riconoscimento del diritto all’assegno di invalidità.

Il diritto si era perfezionato nell’anno 2015 a seguito dell’insorgere di una nuova e diversa patologia;

che avverso la sentenza ha proposto ricorso E.V., articolato in tre motivi, cui ha opposto difese l’INPS con controricorso;

che la proposta del relatore è stata comunicata alle parti -unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza camerale – ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c..

Motivi della decisione

che la parte ricorrente ha dedotto:

– con il primo motivo – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3 – violazione e falsa applicazione degli artt. 383 e 384 c.p.c. e della L. n. 335 del 1995art. 1, comma 43, con conseguente vizio di motivazione.

Ha esposto che l’ordinanza rescindente demandava al giudice del rinvio di verificare – ai fini della eventuale incumulabilità – l’unicità dell’evento invalidante ovvero la diversità delle patologie a base delle due prestazioni rispettivamente a carico dell’INPS e dell’INAIL. Ha impugnato la sentenza per avere omesso tale accertamento, limitandosi ad affermare che il diritto all’assegno era stato accertato considerando anche la percentuale di invalidità (39%) derivante dagli infortuni; il giudice del rinvio, in sostanza, si era limitato ad una operazione matematica di sottrazione dalla invalidità accertata dal c.t.u. (67%) della percentuale riconosciuta dall’INAIL (39%) – trascurando di verificare la eventuale diversità delle patologie denunciate con la domanda di assegno rispetto a quelle poste a base della rendita.

Per consolidata giurisprudenza, cui dava seguito la ordinanza rescindente, la incumulabilità di cui alla L. n. 335 del 1995art. 1, comma 43, si verifica, invece, unicamente in situazioni di invalidità connotate da completa sovrapponibilità. Oggetto dell’accertamento in sede di rinvio avrebbe dovuto essere la completa sovrapponibilità delle patologie accertate dall’INAIL rispetto a quelle valutate dall’INPS;

– con il secondo motivo – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3 – violazione e falsa applicazione della L. n. 335 del 1995art. 1, comma 43, della L. 12 giugno 1984, n. 222art. 1, della Circolare INPS n. 153 del 1996.

Con la censura si deduce che la L. n. 335 del 1995art. 1, comma 43 – nella parte in cui prevede la incumulabilità tra la rendita liquidata per infortunio o malattia professionale e le prestazioni a carico dell’INPS – pone comunque una preclusione operante fino alla concorrenza dell’assegno con la rendita; non comporta, dunque, il venir meno del diritto all’assegno ma solo l’impossibilità che l’assicurato consegua la quota di assegno corrispondente alla entità della rendita;

– con il terzo motivo – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5 – omesso esame di un fatto decisivo.

Ha esposto che con il ricorso in riassunzione era stato fatto richiamo sia al ricorso di primo grado che alle precedenti memorie, ove era stato ampiamente descritto il complesso morboso da cui egli era affetto. La Corte territoriale aveva omesso di valutare il quadro morboso descritto nella c.t.u. di primo grado: la mancanza di sovrapponibilità delle patologie oggetto della domanda di assegno rispetto a quelle accertate dall’INAIL era documentata dagli atti di causa e dalla CTU, allorchè si riconosceva la parziale coincidenza con il quadro morboso indennizzato dall’IPSEMA (invalidità del 39%). In assenza di totale sovrapponibilità non si determinava, dunque, la incumulabilità delle prestazioni;

che ritiene il Collegio si debba accogliere il ricorso;

che i tre motivi, che possono essere esaminati congiuntamente per la stretta connessione, sono fondati;

giova premettere che a tenore della L. n. 335 del 1995art. 1, comma 43, l’assegno ordinario di invalidità – (per quanto qui rileva) – liquidato in conseguenza di infortunio sul lavoro o malattia professionale non è cumulabile con la rendita vitalizia liquidata per lo stesso evento invalidante a norma del testo unico 30 giugno 1965, n. 1124, fino a concorrenza della rendita stessa.

In sostanza, qualora l’evento invalidante sotteso alla concessione delle prestazioni a carico dell’INAIL e dell’INPS sia il medesimo i lavoratori possono cumulare solo la quota di pensione eccedente la rendita INAIL (Cass. 04 novembre 2016 n. 22475; 25 maggio 2017 n. 13187).

La giurisprudenza di questa Corte ha affermato che il divieto di cumulo stabilito dalla L. 8 agosto 1995, n. 335art. 1, comma 43, trova applicazione solo quando le prestazioni a carico dell’INPS, alle quali il divieto si riferisce, siano liquidate in conseguenza di infortunio sul lavoro e malattia professionale e la rendita vitalizia abbia quale presupposto il medesimo infortunio o malattia professionale.

Ne deriva che qualora nella valutazione dell’invalidità pensionabile a carico dell’INPS vi sia una coincidenza solo parziale rispetto alle invalidità indennizzate dall’INAIL il divieto di cumulo tra le due prestazioni non opera.

In altri termini, il presupposto del medesimo evento invalidante, da cui deriva il divieto di cumulo, si verifica in situazioni di invalidità connotate da completa sovrapponibilità mentre la incumulabilità non sussite se l’evento indennizzato dall’INAIL ha solo contribuito al più ampio quadro invalidante che ha dato luogo alla prestazione a carico dell’INPS (cfr., tra le altre, Cass. 9 luglio 2003 n. 10810, Cass. 30 dicembre 2004 n. 24199; 14 marzo 2006, n. 5494; 09 settembre 2008 n. 22872; 25 maggio 2017 n. 13187).

A tale principio ha dato continuità la ordinanza rescindente laddove:

– ha affermato che “il presupposto del medesimo evento invalidante posto a base del divieto di cumulo in questione si verifica in situazioni di invalidità connotate da completa sovrapponibilità allorchè la prestazione a carico dell’INAIL e quella per l’inabilità pensionabile o per l’assegno di invalidità a carico dell’INPS siano fondate sul medesimo quadro morboso”;

– ha cassato la sentenza impugnata demandando al giudice del rinvio “un nuovo accertamento di fatto in ordine alla unicità dell’evento invalidante ovvero alla diversità tra le patologie alla base delle due prestazioni”.

A tale indagine si è sottratta la sentenza impugnata giacchè la Corte territoriale – piuttosto che verificare la completa sovrapponibilità ovvero la diversità tra le patologie a base delle due prestazioni – ha compiuto una mera operazione matematica di sottrazione dalla complessiva invalidità accertata dal ctu della percentuale di invalidità derivata dagli infortuni;

che, pertanto, la sentenza impugnata deve essere cassata ed il giudizio rinviato alla Corte d’appello di Ancona affinchè provveda a compiere l’accertamento di fatto omesso ed all’esito ad applicare il principio di diritto già enunciato nella ordinanza rescindente e qui ulteriormente ribadito;

che il giudice del rinvio provvederà, altresì, sulle spese del presente grado.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso.

Cassa la sentenza impugnata e rinvia – anche per le spese – alla Corte d’Appello di Ancona.

Conclusione

Così deciso in Roma, nella adunanza camerale, il 2 aprile 2019.

Depositato in Cancelleria il 8 ottobre 2019

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E. Nadia Delle Side: Avvocato specializzato su invalidità, indennità di accompagnamento, cecità, sordità, indennità di frequenza scolastica, handicap, prestazioni Inps e Inail, danneggiamento da trasfusioni di sangue e vaccinazioni, amministrazione di sostegno, tutela antidiscriminatoria.

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